Lo afferma Alessandro Barelli ospite a “OPIdee”, podcast di Opi Firenze-Pistoia
Dalla constatazione di decesso, anche da parte dell’infermiere, agli snellimenti della burocrazia. Sono tanti i temi affrontati da Alessandro Barelli, ospite in una nuova puntata di “OPIdee”, podcast dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche Firenze-Pistoia. A intervistarlo sono stati gli infermieri Tommaso Guido e Alessandro Pini.
Barelli, medico in pensione, è un formatore esperto nelle abilità trasversali delle professioni sanitarie. Negli ultimi anni è stato direttore della formazione di Ares 118 ed è molto popolare per i suoi interventi social.
Ha fatto una scelta precisa da qualche tempo: mettere a disposizione la sua esperienza sui social. Qual è stata la motivazione?
«Ho iniziato quasi per gioco. Poi questo nuovo modo di comunicare è stato una scoperta».
Nei suoi post parla spesso dei rapporti interprofessionali nelle professioni sanitarie. Quanto contano a suo parere?
«Molto. Il rapporto tra medico e infermiere è presente in ogni realtà. La relazione ideale tra le due professioni si raggiunge tenendo insieme competenze diverse ma interdipendenti. Medico e infermiere “remano” insieme e devono avere ben chiare le responsabilità reciproche».
Tra le novità in ambito infermieristico, di cui lei si dichiara sostenitore, c’è la “prescrizione”…
«Penso che non tolga niente ai medici, anzi in questo modo vengono alleggeriti nel loro lavoro. L’infermiere prescrive presidi e ne è anche responsabile, ma si potrebbe andare oltre. Va anche detto che molte attivazioni dell’auto medica, in Lazio, sono per constatazioni di decesso. Si tratta di una disfunzione del sistema sul territorio. Penso che l’infermiere del 2026, con la sua esperienza e formazione, sia perfettamente in grado di distinguere un paziente morto da uno in arresto cardiaco e di occuparsi di constatazioni di decesso».
Dunque, pensa che la sanità debba sfruttare meglio tutte le sue risorse disponibili?
«Certo. Penso che tutte le risorse andrebbero valorizzate. Sono importanti anche gli operatori non sanitari che lavorano per far funzionare il sistema. Il gruppo di lavoro dovrebbe superare le barriere gerarchiche, indipendentemente dalla professione. Il più grande lavoro, dunque, andrebbe fatto sul cambio di mentalità».
Lei sostiene il lavoro in equipe. Proviamo a renderlo reale: come dovrebbe avvenire, in un sistema ideale, la gestione del paziente complesso in un reparto di medicina?
«Intanto il paziente dovrebbe essere visto da tutti i professionisti, secondo il concetto di vera centratura su di lui. Al momento questo si scontra con una serie di realtà ostative, a partire dalla burocrazia attuale, poco snella. Non a caso quest’ultima è al primo posto tra le cause di stress per il sistema sanitario. E proprio alleggerendo la burocrazia si potrebbe avere più tempo da dedicare al paziente».
L’intervista integrale a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=uc2I8xNjfwU
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