Ccnl sanità, infermieri appesi al filo: il problema non è più solo lo stipendio

di Alessandro Pini – Consigliere OPI Firenze e Pistoia

Il rinnovo del Contratto collettivo nazionale del comparto Sanità per il triennio 2025-2027  torna a occupare il dibattito attorno alla professione. Ancora una volta si parla di risorse insufficienti, aumenti medi, indennità da rivedere, istituti contrattuali da correggere. E ancora una volta gli infermieri osservano una trattativa dalla quale dipenderà una parte importante del loro reddito, pur senza conoscere con certezza quale sarà il risultato finale e quando esso diverrà concretamente esigibile. Infatti le cifre sul Ccnl sanità diffuse nelle ultime ore non sono neppure pacifiche: già dalla fase preliminare del rinnovo appaiono controverse le quantificazioni degli aumenti.

Anche la misura dell’aumento è oggetto di interpretazioni contrapposte

Alcune ricostruzioni hanno indicato un incremento medio di circa 240 euro lordi al mese; l’ARAN ha contestato quei calcoli, sostenendo che non rappresentino correttamente l’ipotesi contrattuale attualmente in discussione. Non è un dettaglio. Se persino la misura dell’aumento diventa oggetto di interpretazioni contrapposte, assistiamo a una discussione nella quale il dato immediatamente comprensibile — quanto aumenterà davvero la retribuzione — rimane avvolto nell’incertezza.

Fermarsi all’elenco delle singole disposizioni rischia di impedire la comprensione del problema più grande: gli infermieri vivono da anni in una condizione di attesa contrattuale permanente.

Sul tavolo non c’è soltanto la parte economica: si discute del trattamento delle indennità durante le ferie, dell’accesso agli incarichi di elevata qualificazione, del lavoro notturno e festivo, della pronta disponibilità, della mensa e delle condizioni riconosciute a chi opera nei servizi più gravosi. Questioni concrete, che incidono sulla vita quotidiana delle persone e che non possono essere considerate accessorie. Eppure, fermarsi all’elenco delle singole disposizioni rischia di impedire la comprensione del problema più grande: gli infermieri vivono da anni in una condizione di attesa contrattuale permanente.

Il contratto che arriva quando è già scaduto

Il Contratto collettivo nazionale dovrebbe disciplinare ordinatamente un periodo determinato. Nella realtà del pubblico impiego sanitario, invece, viene spesso sottoscritto quando il triennio al quale si riferisce è già concluso o prossimo alla conclusione.

Il contratto relativo al periodo 2022-2024 è stato firmato definitivamente il 27 ottobre 2025: quasi dieci mesi dopo la scadenza naturale del triennio. Quando i lavoratori hanno ottenuto il rinnovo, erano già entrati da tempo nel periodo contrattuale successivo. Il paradosso è evidente: si negozia il presente utilizzando categorie economiche costruite nel passato, mentre il costo della vita continua a cambiare e le condizioni del lavoro sanitario peggiorano più rapidamente della capacità del sistema di riconoscerle. Gli aumenti arrivano così sotto forma di arretrati. La somma accreditata può apparire consistente, ma non rappresenta un premio né una concessione straordinaria: è reddito maturato e non percepito nel momento in cui sarebbe servito. Nel frattempo, l’inflazione ha ridotto il potere d’acquisto e il lavoratore ha anticipato al sistema il costo del ritardo.

Un’instabilità economica che ricade interamente sui dipendenti

Questa dinamica è divenuta talmente abituale da essere considerata quasi fisiologica. Non lo è. Un contratto rinnovato sistematicamente dopo la propria scadenza non costituisce soltanto un problema procedurale: produce un’instabilità economica che ricade interamente sui dipendenti. Per gli infermieri, poi, l’incertezza contrattuale si aggiunge a un’organizzazione del lavoro già fondata sull’imprevedibilità: cambiano i turni, aumentano i richiami in servizio, si moltiplicano le richieste di disponibilità. Il professionista deve garantire continuità, adattabilità e presenza immediata; il sistema, al contrario, non riesce a garantirgli la tempestiva definizione del proprio trattamento economico.

È una sproporzione che non può più essere ignorata.

Una trattativa caricata di significati politici

Le ragioni dei ritardi sono numerose. Vi sono i tempi necessari per lo stanziamento delle risorse, quelli dell’atto di indirizzo e quelli della negoziazione. Vi sono procedure di controllo che appartengono alla complessità della pubblica amministrazione.

Ma una spiegazione esclusivamente tecnica non è più sufficiente.

La contrattazione collettiva è anche il luogo nel quale si misurano strategie differenti, equilibri di rappresentanza e valutazioni politiche. È inevitabile che esistano posizioni diverse: il pluralismo è una componente essenziale della rappresentanza. Diventa però difficile accettare che le divisioni assumano un peso tale da rallentare costantemente il riconoscimento dei diritti economici dei lavoratori.

Il punto è comprendere se, davanti alle condizioni attuali della sanità, esista almeno una soglia professionale comune sotto la quale nessuno dovrebbe essere disposto a scendere.

Il punto non è chiedere un’unità formale o pretendere che ogni rappresentanza rinunci alla propria identità. Il punto è comprendere se, davanti alle condizioni attuali della sanità, esista almeno una soglia professionale comune sotto la quale nessuno dovrebbe essere disposto a scendere. Quella soglia dovrebbe riguardare anzitutto il valore del lavoro sanitario. Non può essere oggetto di oscillazioni politiche il principio per cui una professione intellettuale regolamentata e direttamente responsabile della sicurezza delle cure debba ricevere un trattamento proporzionato alla funzione esercitata.

Gli infermieri davanti alla scelta: subito un riconoscimento insufficiente o attendere nella speranza che diventi più dignitoso

Quando questo principio viene subordinato alle azioni negoziali, il professionista ha la sensazione di essere diventato la posta di una partita che non ha chiesto di giocare: si discute se firmare rapidamente per rendere disponibili le risorse oppure proseguire la trattativa per ottenere condizioni migliori. Entrambe le posizioni possono contenere argomenti ragionevoli. Ma è proprio questa alternativa a dimostrare l’inadeguatezza del sistema se gli infermieri vengono messi davanti alla scelta tra ricevere subito un riconoscimento insufficiente o attendere ancora nella speranza che esso diventi più dignitoso.

Non dovrebbe essere questo il perimetro del confronto.

Un sistema maturo dovrebbe rendere automatico almeno il recupero del potere d’acquisto e lasciare alla contrattazione il compito di migliorare realmente le condizioni professionali. Oggi, invece, una parte considerevole delle energie negoziali viene impiegata per recuperare ciò che il tempo e l’inflazione hanno già sottratto.

Gli aumenti non bastano a costruire una professione

Ogni incremento economico è importante. Per chi lavora su turni e sostiene il peso quotidiano dell’assistenza, anche poche decine di euro nette hanno un significato concreto. Sarebbe quindi sbagliato liquidare la questione salariale come secondaria. Occorre però chiedersi quale messaggio venga trasmesso quando la valorizzazione infermieristica è raccontata quasi esclusivamente attraverso l’importo dell’aumento mensile.

Il salario è una parte della dignità professionale: non la esaurisce.

L’infermiere italiano proviene da una formazione universitaria che in molti casi non si è conclusa con la sola laurea triennale ed è titolare di una responsabilità personale, rispondendo direttamente delle decisioni assistenziali assunte. La sua attività non coincide con l’esecuzione di prestazioni: comprende una valutazione dei bisogni che si traduce nella pianificazione dell’assistenza e l’individuazione degli interventi necessari. In molti contesti governa tecnologie complesse, riconosce precocemente il deterioramento clinico e assume decisioni dalle quali può dipendere la sopravvivenza della persona.

Questa evoluzione giuridica e professionale non ha trovato una corrispondenza altrettanto netta nell’organizzazione del lavoro.

Il sistema continua troppo spesso a utilizzare gli infermieri come una forza disponibile e adattabile.

Il sistema continua troppo spesso a utilizzare gli infermieri come una forza disponibile e adattabile, collocandoli dove manca personale e affidando loro nuove funzioni senza costruire un coerente riconoscimento. Le competenze aumentano; la struttura della carriera rimane debole. Le responsabilità diventano più estese; il differenziale economico rispetto ad altre figure si comprime. Si apre così il problema enorme dell’attrattività per una professione che lavora anche alla protezione di un futuro sempre più incerto per via della carenza di giovani professionisti.

Una professione antica trattata come una voce di Comparto

L’infermieristica accompagna da sempre la storia della cura. È cambiata nella forma, nella preparazione richiesta e nel rapporto con le altre professioni, ma la sua funzione è rimasta essenziale: garantire la presenza competente della cura nel tempo della malattia.

Non esiste ospedale senza infermieri. Non esiste assistenza territoriale efficiente senza infermieri. Non esiste emergenza sanitaria che possa funzionare senza infermieri. Eppure, nel dibattito pubblico, la professione compare quasi soltanto quando mancano gli organici, quando un reparto rischia di chiudere o quando occorre discutere il rinnovo del contratto. È un’identità costruita per sottrazione: l’infermiere diviene visibile quando non c’è.

La contrattazione deve mantenere una dimensione comune ma senza cancellare le specificità

Anche la rappresentazione contrattuale contribuisce a questa fragilità. All’interno del grande comparto Sanità convivono professionalità molto differenti, unite dal medesimo datore pubblico ma non necessariamente dalla stessa storia professionale, dal medesimo grado di autonomia e responsabilità. La contrattazione deve certamente mantenere una dimensione comune. Il servizio sanitario è un’organizzazione complessa e il suo funzionamento dipende dalla collaborazione tra tutte le persone che vi lavorano. Tuttavia, la comune appartenenza non dovrebbe cancellare le specificità. Oggi il contratto tenta di recuperarle attraverso indennità, incarichi e differenziali economici. Sono strumenti utili, ma insufficienti. Quando manca una struttura professionale riconoscibile, l’indennità finisce per diventare il surrogato di un’identità che il sistema non riesce a definire.

Oltre il Ccnl sanità: uno statuto professionale della cura

È forse arrivato il momento di costruire un’identità che non dipenda interamente dal rinnovo periodico del contratto collettivo.

Non significa negare il valore della contrattazione né immaginare una professione sottratta alle tutele comuni del lavoro dipendente. Significa riconoscere che alcuni elementi essenziali dello status infermieristico non possono essere rimessi ogni tre anni al rapporto di forza presente al tavolo negoziale. Occorrerebbe uno statuto professionale nazionale delle professioni sanitarie: una cornice legislativa capace di tradurre l’autonomia riconosciuta dalle norme in una posizione concreta dentro il servizio sanitario.

Riconoscere che alcuni elementi essenziali dello status infermieristico non possono essere rimessi ogni tre anni al rapporto di forza presente al tavolo negoziale.

Uno statuto di questo tipo dovrebbe anzitutto stabilire che la responsabilità professionale ha un valore economico minimo incomprimibile. La retribuzione fondamentale non potrebbe dipendere soltanto dall’inquadramento generale del pubblico impiego, ma dovrebbe incorporare stabilmente il livello di formazione richiesto, tenendo in ampia considerazione l’esposizione alla responsabilità personale.

Oggi il sistema invita a formarsi e poi utilizza in modo indistinto chi possiede competenze diverse

La formazione successiva alla laurea dovrebbe poi produrre effetti reali: oggi master, competenze specialistiche ed esperienza clinica avanzata arricchiscono il professionista, ma non sempre ne modificano la posizione lavorativa. Il risultato è un sistema che invita a formarsi e poi utilizza in modo indistinto chi possiede competenze diverse.

Lo sviluppo clinico dovrebbe diventare una carriera autentica, parallela a quella organizzativa.

Un infermiere esperto non dovrebbe essere costretto ad abbandonare l’assistenza diretta per ottenere un riconoscimento. La prossimità al paziente non può rappresentare il gradino più basso della progressione professionale: è il luogo nel quale la competenza produce il suo valore più immediato.

Un simile impianto non sostituirebbe il contratto collettivo. Gli assegnerebbe finalmente la sua funzione naturale: negoziare il miglioramento delle condizioni di lavoro, anziché dover ricostruire ogni volta dalle fondamenta il valore delle professioni.

La dignità professionale non può essere rinnovata ogni tre anni

Il vero problema del rinnovo del Ccnl sanità 2025-2027 non riguarda soltanto la cifra che apparirà in busta paga. Riguarda il fatto che, ancora una volta, migliaia di professionisti siano costretti ad attendere che altri definiscano periodicamente quanto valgano il loro lavoro e la loro responsabilità.

Gli infermieri non chiedono privilegi. Chiedono che il riconoscimento sia coerente con ciò che il sistema pretende da loro ogni giorno. Si pretende competenza, ma la formazione avanzata resta spesso senza sbocco. Si pretende autonomia, ma l’organizzazione continua a trattare il professionista come una risorsa indistinta. Si pretende disponibilità assoluta, mentre il contratto arriva abitualmente dopo la propria scadenza.

Un contratto dignitoso è il punto di partenza, non il traguardo

Questa contraddizione non può essere corretta soltanto con un aumento tabellare. Il rinnovo deve naturalmente essere concluso e deve contenere risorse adeguate. Ogni ritardo ulteriore ricadrebbe ancora una volta sui lavoratori. Ma sarebbe un errore celebrare la firma come il compimento della valorizzazione professionale: un contratto dignitoso è il punto di partenza, non il traguardo.

Lo stipendio si rinnova. La dignità professionale, invece, dovrebbe essere già acquisita.

La professione infermieristica ha bisogno di una posizione pubblica riconoscibile, sottratta alla continua necessità di dimostrare la propria importanza. Non può essere ricordata soltanto quando il sistema teme di rimanere senza infermieri. Una professione fondamentale non dovrebbe vivere appesa al filo di un rinnovo contrattuale. Dovrebbe possedere un’identità abbastanza forte da precederlo e orientarlo. Perché lo stipendio si rinnova. La dignità professionale, invece, dovrebbe essere già acquisita.