L’infermiera e autrice afferma: «Lettura e scrittura riflessiva sono strumenti di prevenzione dallo stress da lavoro»
«La formazione non è un passaggio di informazioni, ma un atto di cura». Ad affermarlo è Lucia La Rosa, infermiera prima di tutto, come lei stessa tiene a precisare, ma anche scrittrice e formatrice. Nei giorni scorsi è stata presente al “Salone internazionale del Libro” a Torino, dove ha presentato la sua collana di opere dal titolo “Oltre la cura”. I volumi nascono dall’incontro tra esperienza clinica, ricerca e passione autentica per il “lifelong learning”. In pratica, ogni testo riflette una visione della formazione che non si limita a trasmettere nozioni, ma genera consapevolezza e trasformazione integrale.
Cosa intende quando dice che anche la formazione è un atto di cura?
«Non si può curare l’altro se non ci si sente curati. La formazione non deve essere un adempimento burocratico ma un tempo rigenerativo in cui l’operatore sanitario viene rimesso al centro, ascoltato e nutrito nelle sue competenze e nella sua umanità, affinché possa tornare dai pazienti con rinnovata energia e consapevolezza».
In cosa consiste il metodo F.a.r.e?
«È l’acronimo di “Focalizzare, Ascoltare, Rielaborare, Emozionare”. Ritengo che occorra passare dalla formazione passiva, cioè subita come obbligo, a una formazione protagonista, dove l’operatore sanitario agisce il proprio cambiamento».
Come considera il ruolo dell’Ai nel percorso formativo infermieristico?
«L’intelligenza artificiale è una grande alleata dell’umanizzazione delle cure. Se usata correttamente ci libera dalla schiavitù della burocrazia e dei compiti ripetitivi. Questo tempo ritrovato deve essere restituito alla relazione con il paziente nel percorso infermieristico. L’intelligenza artificiale deve servire a far emergere ciò che nessuna macchina potrà mai replicare cioè l’empatia, l’intuizione clinica e quella carezza che è una parte integrante della terapia».
Come si riconoscono i segnali dell’allarme tipico da burnout?
«Il primo segnale, il più comune, è la stanchezza cronica che non passa neanche con il riposo, ma anche l’irritabilità e l’ansia al solo pensiero di andare in servizio. E ancora, la sensazione di non avere nulla da dare a livello umano ai pazienti, la depersonalizzazione. Questo è un segnale d’allarme critico per chi lavora in sanità, un modo per difendersi dal dolore e dal carico emotivo. L’operatore indurisce il cuore. I segnali sono guardare al paziente come a numero anziché come a una persona o inquadrarlo con la patologia, ad esempio “il letto quattro ha la polmonite”. Si arriva poi a rispondere con distacco, freddezza o addirittura sarcasmo. È un tentativo inconscio di distanziarsi per non soffrire, ma distrugge l’atto di cura».
Come si può prevenire lo stress?
«Prevenire in sanità non significa eliminare le difficoltà, che sono intrinseche al nostro lavoro, ma costruire una cassetta degli attrezzi emotiva, promuovendo una cultura in cui l’operatore non è un eroe solitario ma un professionista che sa chiedere aiuto, che sa rielaborare il proprio vissuto e che considera la propria salute mentale come parte integrante propria competenza professionale. Come dico spesso “per curare bene bisogna innanzitutto stare bene”. Consiglio, a tal fine, la lettura e la scrittura riflessiva, strumenti di prevenzione che ci aiutano a dare il nome alle emozioni che proviamo ogni giorno in corsia».
Qual è stata la domanda che più l’ha colpita durante i suoi corsi?
«Sicuramente questa: “Chi si prende cura di me mentre io mi prendo cura degli altri?”. La domanda ha squarciato il velo della tecnicità. In quel momento ho capito che il mio impegno a trasformare la formazione da obbligo burocratico, cioè il credito, a valore reale (cioè la competenza) doveva passare da una risposta concreta. La formazione stessa deve diventare uno spazio protetto dove il professionista viene curato attraverso l’ascolto, la rielaborazione del trauma e il recupero della propria motivazione. È stata proprio quella domanda a confermarmi che la formazione è a tutti gli effetti un atto di cura verso chi cura».
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