Il racconto di Luca Vannucchi che ha partecipato alla missione umanitaria per portare in Italia cinque bambini e ragazzi
«Un’esperienza potente dal punto di vista umano: nonostante quello che passa continuamente in tv, anche se siamo consapevoli che si tratta di una situazione tragica, niente può prepararti a quello che proverai quando invece quella realtà ti si fa vicina, quando entri in contatto con le persone e puoi leggere nei loro occhi tutta la sofferenza che stanno attraversando». Quella in Israele è stata la prima esperienza in una missione umanitaria MedEvac dell’infermiere Luca Vannucchi, 40 anni, di cui 17 passati ad assistere i piccoli pazienti del Meyer, prima in terapia intensiva neonatale poi, dal 2018, nel Dea del pediatrico fiorentino.
La missione umanitaria e il team sanitario
Vannucchi era nel team sanitario che ha preso parte all’ultima missione MedEvac (Medical Evacuation), quella che nei giorni scorsi ha portato in Toscana cinque minori originari della Striscia di Gaza. «Ero alla mia prima esperienza in una missione del genere e come me altri colleghi del 118 ma ci siamo sentiti ben accolti da tutto il team,composto da personale della Protezione Civile,della Cross, dell’Aeronautica, e questo ci ha permesso di lavorare in un clima sereno seppur in un contesto stressante, per restare concentrati sull’obiettivo» – racconta Luca Vannucchi.
Il ruolo della task force umanitaria del Meyer
Con lui, da Firenze, anche Simone Pancani medico del Meyer e coordinatore delle attività umanitarie e di Protezione civile. «L’Aou Meyer ha al suo interno una task force umanitaria, a cui è possibile unirsi su base volontaria, che si occupa di assistenza a pazienti pediatrici, ad esempio per appurare le condizioni di salute dei piccoli migranti soccorsi dalle navi Ong nel Mediterraneo durante lo sbarco nei porti toscani – spiega l’infermiere -. Attraverso l’impegno del dottor Pancani, fondatore di questo gruppo, ci siamo resi disponibili per offrire assistenza mirata anche in area di protezione civile».
Il viaggio della missione umanitaria per Gaza
L’arrivo dei piccoli pazienti è stato possibile nell’ambito di un programma di assistenza umanitaria del governo italiano, grazie alla Cross e alla Prefettura di Firenze. A gestire la missione, coordinata dal Dipartimento della Protezione Civile Nazionale, la Cross di Pistoia (Centrale Remota di Soccorso Sanitario). È partita nei giorni scorsi dall’aeroporto di Pisa, da dove sono decollati tre aerei C130 della 46esima Aerobrigata dell’Aeronautica Militare con destinazione la città di Elat, in Israele.
Dal decollo a Pisa all’arrivo a Elat
«Siamo partiti il 12 agosto da Pisa; dopo lo scalo in Egitto siamo ripartiti per Elat che si trova nella parte meridionale di Israele. Qui siamo rimasti ad aspettare l’arrivo dei pazienti e dei loro familiari – racconta Luca Vannucchi -. Sono state 48 ore dettate dal susseguirsi di controlli, di ripetute verifiche a visti e documenti, sicuramente inaspriti dalla situazione geopolitica. Dopo un’attesa infinita, il lavoro effettivo ha richiesto una manciata di ore; i bambini e i ragazzi sono stati fatti salire a bordo degli aerei dove abbiamo potuto presta loro la prima assistenza, fino all’arrivo in Italia».
I bambini e i ragazzi accolti negli ospedali toscani
Tre sono arrivati nella notte del 14 agosto all’ospedale pediatrico Meyer, accompagnati da genitori, fratelli e sorelle. Una di loro, dodici anni, che ha affrontato il viaggio insieme al fratello, ha riportato fratture multiple e un trauma da compressione dopo un bombardamento. Una diciassettenne, arrivata insieme ai genitori e a due sorelle, dovrà essere curata per un’insufficienza renale. Il terzo è un bimbo di quattro anni, con una grave malattia ematica autoimmune. Un altro bambino è all’ospedale del Cuore di Massa, mentre il Cisanello di Pisa ha accolto Mara Abu Zhuri, la ragazza palestinese di 20 anni che purtroppo è poi deceduta.
Un’esperienza umana e professionale
«La chiamata è arrivata per caso: chi fa parte della task force dà le proprie disponibilità mensili per poter essere contattato in caso di necessità. Dopo l’iniziale spavento, legato alla consapevolezza di dover raggiungere un luogo di guerra, ho avuto pochi dubbi: ha vinto il desiderio di poter dare il mio contributo nell’ambito di un contesto davanti al quale, quotidianamente, ti senti impotente – conclude Vannucchi -. È una goccia nel mare ma sapere di star facendo qualcosa di concreto, seppur a beneficio di poche persone, credo abbia un valore gigantesco, sia dal punto di vista professionale che da quello umano».
Beatrice Botticelli









