Il punto degli infermieri Andrea Benassai e Fabio Zanieri, attivi sul campo, e Susanna Pagliai che ha fatto parte del coordinamento da remoto
Non solo competenze cliniche ma organizzazione, addestramento e capacità di adattarsi a ogni scenario operativo. È questa l’esperienza che gli infermieri del sistema dell’emergenza-urgenza toscano riportano dalla missione italiana di soccorso attivata dal Dipartimento nazionale della Protezione civile dopo il terremoto in Venezuela.
A raccontare il lavoro svolto sono Andrea Benassai, infermiere del 118 di Pistoia e componente del team Usar Italy, Fabio Zanieri, infermiere del 118 di Pistoia e operatore della Cross di Pistoia che ha coordinato il team di 32 sanitari provenienti da sei regioni, e Susanna Pagliai, incaricata della funzione organizzativa per la gestione del sistema 118.
La rapidità della risposta: dalla Cross di Pistoia al Venezuela
«Alle 14 del 25 giugno sono stato avvisato che sarei dovuto partire e alle 15.30 ero già sull’elicottero che mi avrebbe portato a imbarcarmi sul volo militare diretto a Caracas», racconta Fabio Zanieri. Dietro alla rapidità con cui la missione è stata organizzata c’è il lavoro della Cross di Pistoia, uno dei due centri nazionali di regia dei soccorsi sanitari durante le emergenze.
«Quando, in un primo momento, il Dipartimento nazionale della Protezione civile ha richiesto l’attivazione del team Usar Italy – spiega Susanna Pagliai – la macchina organizzativa è partita immediatamente. Poi ci è stato chiesto di comporre una squadra di infermieri con le competenze e la formazione necessarie per lavorare sulle maxi emergenze. La Cross lavora quotidianamente per garantire la gestione delle risorse umane, dei mezzi e dei materiali, ma in queste situazioni tutto deve avvenire in tempi rapidissimi. Sono stati attivati gli infermieri già formati per operare in contesti internazionali e un coordinatore sanitario dedicato, come succede anche per le missioni MedEvac, mantenendo poi costantemente il collegamento tra il campo operativo e la centrale italiana».

La formazione Usar Italy e gli standard internazionali
Fabio Zanieri, che ha coordinato sul posto i 32 operatori sanitari provenienti da diverse regioni italiane, evidenzia come la forza della missione sia stata proprio la professionalità degli infermieri dell’emergenza. «Siamo stati attivati nel giro di poche ore e siamo partiti con il materiale già pronto. Il compito che mi era stato affidato era quello di coordinare infermieri e medici provenienti da sei regioni, adattando continuamente il lavoro alle necessità che emergevano sul campo. Abbiamo operato negli ospedali, nei posti medici avanzati, nella logistica e nell’assistenza diretta alla popolazione. La capacità di adattarsi rapidamente a contesti completamente diversi è una delle caratteristiche che contraddistingue gli infermieri del 118».
Una preparazione che nasce da anni di formazione specifica e di esercitazioni. Molti degli operatori coinvolti appartengono inoltre ai team Usar Italy, certificati secondo gli standard internazionali Insarag delle Nazioni Unite e composti da personale addestrato per la ricerca, il soccorso e l’estrazione di vittime sepolte sotto macerie.
Tre ore per essere operativi: la mentalità dell’emergenza
Per il coordinatore sanitario, la rapidità con cui il team è diventato operativo rappresenta una delle caratteristiche distintive degli infermieri dell’emergenza. «Dopo un viaggio di oltre tredici ore ci è stato chiesto quanto tempo ci sarebbe servito per essere pronti a lavorare. Abbiamo risposto tre ore, quando si aspettavano almeno un’intera giornata. È la mentalità del personale del 118: siamo addestrati per entrare rapidamente in azione, qualunque sia lo scenario. Già durante il volo volevamo essere operativi il prima possibile».
Zanieri sottolinea anche l’orgoglio di aver coordinato un gruppo di professionisti che, fin dal primo momento, ha dimostrato competenza, spirito di adattamento e grande motivazione. «Siamo fatti così – gli fa eco Benassai -. Ci prepariamo per questo e, quando arriva la chiamata, vogliamo semplicemente metterci al lavoro».

Il coordinamento con l’Italia e il ruolo della Cross
Determinante anche il collegamento costante con l’Italia. «La comunicazione è uno degli aspetti più delicati in uno scenario di emergenza – prosegue Zanieri -. Attraverso sistemi satellitari e reti dedicate riuscivamo ad aggiornare più volte al giorno la Cross su attività, spostamenti e nuove esigenze. Questo ha permesso di mantenere un quadro costantemente aggiornato della situazione e di anticipare eventuali criticità».
«Inoltre – prosegue – il collegamento con la centrale ci permette di avere in tempo reale contezza del materiale a nostra disposizione. Abbiamo avuto la possibilità di donare tutto quello che avevamo con noi tranne i monitor (per incompatibilità tecniche). E per farlo dovevamo avere una lista precisa, che la Cross ci ha fornito; una preparazione fatta in tempo di pace».
L’assistenza sanitaria tra ospedali da campo e aree colpite dal terremoto in Venezuela
Ma il calore e la gratitudine dei venezuelani sono il ricordo più forte. «Quando siamo scesi dall’aereo, in piena notte, la popolazione ci ha accolto con un applauso. Dopo 26 anni di lavoro nell’emergenza non mi era mai capitato di vivere una cosa del genere – ricorda Benassai -. È stato il momento in cui ho capito davvero cosa ci aspettava. La popolazione ci ha accolto con una gratitudine difficile da descrivere. Abbiamo ricevuto molto più di quanto siamo riusciti a dare».
Tra i ricordi che Benassai porta con sé c’è anche l’incontro con una bambina rimasta sola dopo il terremoto in Venezuela. «Non parlavamo la stessa lingua, ma ha capito che ero lì per aiutarla. In certi momenti comprendi che il lavoro dell’infermiere è fatto anche di gesti, presenza e capacità di trasmettere fiducia, oltre che di competenze tecniche».
Anche per Zanieri l’accoglienza ricevuta dalla popolazione resta al primo posto. «Eravamo noi ad essere lì per aiutare loro, eppure spesso erano le persone del posto a offrirci una bottiglietta d’acqua, una caramella o un caffè. Era il loro modo di dirci grazie. Un affetto così sincero è una delle cose che mi porterò dentro per sempre».

Terremoto in Venezuela: l’umanità che resta oltre la missione
Ma il calore e la gratitudine dei venezuelani sono il ricordo più forte. «Quando siamo scesi dall’aereo, in piena notte, la popolazione ci ha accolto con un applauso. Dopo 26 anni di lavoro nell’emergenza non mi era mai capitato di vivere una cosa del genere – ricorda Benassai -. È stato il momento in cui ho capito davvero cosa ci aspettava. La popolazione ci ha accolto con una gratitudine difficile da descrivere. Abbiamo ricevuto molto più di quanto siamo riusciti a dare».
Tra i ricordi che Benassai porta con sé c’è anche l’incontro con una bambina rimasta sola dopo il terremoto in Venezuela. «Non parlavamo la stessa lingua, ma ha capito che ero lì per aiutarla. In certi momenti comprendi che il lavoro dell’infermiere è fatto anche di gesti, presenza e capacità di trasmettere fiducia, oltre che di competenze tecniche».
Anche per Zanieri l’accoglienza ricevuta dalla popolazione resta al primo posto. «Eravamo noi ad essere lì per aiutare loro, eppure spesso erano le persone del posto a offrirci una bottiglietta d’acqua, una caramella o un caffè. Era il loro modo di dirci grazie. Un affetto così sincero è una delle cose che mi porterò dentro per sempre».
Una rete che rende possibile intervenire ovunque
Per tutti e tre gli operatori resta soprattutto il valore di un lavoro di squadra che ha coinvolto chi era partito e chi, dall’Italia, ha continuato non solo a coordinare ma anche a garantire il funzionamento del sistema dell’emergenza .
«Mi ha colpito la disponibilità di tutti – afferma Zanieri -. Nessuno si è mai tirato indietro, nonostante condizioni di lavoro estremamente difficili, senza servizi essenziali (dall’acqua potabile ai servizi igienici) e con turni continui. Come coordinatore ho avuto la fortuna di lavorare con professionisti altamente preparati ma anche disposti ad adattarsi a ogni situazione».
«Nessuno parte da solo – conclude Benassai -. Dietro ogni professionista c’è un’intera organizzazione fatta di colleghi che continuano a lavorare sul territorio coprendo di fatto la sua assenza e di una struttura che rende possibile intervenire anche a migliaia di chilometri di distanza. È questo sistema che ci permette di essere pronti quando c’è bisogno».





























