Ictus, dalla spiritualità una risorsa di cura: le implicazioni per l’infermieristica

Riceviamo e pubblichiamo lo studio “Quando la spiritualità diventa una risorsa di cura dopo l’ictus”, della Dott.ssa Cristiana Rago, PhDs

Nel percorso di riabilitazione dopo un ictus, siamo abituati a osservare indicatori clinici ben definiti: il recupero motorio, l’autonomia nelle attività quotidiane, la qualità di vita, il carico assistenziale della famiglia. Più raramente, però, ci soffermiamo su una dimensione meno misurabile eppure profondamente presente nell’esperienza di malattia: la spiritualità.

Lo studio considera la diade paziente-caregiver come realtà interdipendente

Lo studio proposto affronta questo tema con un approccio particolarmente interessante, perché non guarda soltanto al paziente o al caregiver, ma considera la diade come una realtà interdipendente. Ed è proprio questo il punto centrale: dopo un ictus, nessuno affronta davvero la malattia da solo. Il vissuto della persona colpita e quello di chi assiste si intrecciano, si influenzano, si modellano reciprocamente.

I risultati suggeriscono un messaggio importante per chi lavora nell’assistenza infermieristica e nella riabilitazione: la spiritualità non appare come un elemento marginale o privato, ma come una possibile risorsa relazionale, capace di accompagnare l’adattamento alla nuova condizione di vita. Nei sopravvissuti all’ictus, livelli più elevati di spiritualità risultano associati a una migliore percezione della qualità di vita sul piano fisico, cognitivo, emotivo e sociale. Non si tratta di un dato banale, perché ci ricorda che il recupero non coincide solo con il miglioramento di una funzione, ma anche con la capacità di ritrovare senso, speranza, coerenza interiore.

L’effetto sul caregiver quando il paziente mostra maggiori risorse spirituali

Ancora più interessante è l’effetto che questa dimensione sembra avere sul caregiver. Quando il paziente mostra maggiori risorse spirituali, il familiare riferisce un minor carico assistenziale, soprattutto rispetto al tempo richiesto dalla cura, alla fatica fisica e alla percezione di uno “scarto” nella propria traiettoria di vita. In altre parole, il modo in cui una persona rielabora interiormente la malattia può avere ricadute concrete anche su chi le sta accanto.

Il ruolo dell’infermiere: saper riconoscere tutti i bisogni, oltre quelli clinici

Per la professione infermieristica questo studio apre una riflessione preziosa. Parlare di spiritualità non significa introdurre necessariamente un linguaggio religioso, né invadere la sfera privata della persona. Significa piuttosto riconoscere che, accanto ai bisogni clinici, esistono bisogni di significato, di speranza, di ascolto profondo. Significa chiedersi se, nei nostri contesti di cura, siamo davvero attenti a ciò che aiuta il paziente e la famiglia a reggere l’urto della fragilità.

L’assistenza infermieristica abbraccia anche la sofferenza esistenziale che accompagna l’ictus

L’assistenza infermieristica, per sua natura, è una pratica che tiene insieme corpo, mente, relazioni e contesto di vita. Per questo motivo può essere il luogo privilegiato in cui intercettare anche la sofferenza esistenziale che spesso accompagna l’ictus: il senso di perdita, la paura del futuro, la ridefinizione dei ruoli familiari, la fatica del caregiver. Non sempre servono risposte complesse; talvolta servono presenza, ascolto autentico, capacità di riconoscere ciò che per quella persona ha valore.

Lo studio, naturalmente, non dice che la spiritualità “cura” l’ictus né che da sola basti a migliorare gli esiti. Ma suggerisce con forza che una riabilitazione davvero completa non può fermarsi agli aspetti funzionali. Se vogliamo prenderci cura della persona nella sua interezza, dobbiamo accettare che anche ciò che dà senso alla vita meriti uno spazio nell’assistenza.

Per chi opera ogni giorno accanto ai pazienti neurologici e alle loro famiglie, questa è forse la lezione più importante: la cura è davvero efficace quando sa riconoscere non solo ciò che manca, ma anche ciò che, dentro la relazione, può ancora sostenere, orientare e dare forza.

I dati dello studio

Cristiana Rago, Maddalena De Maria, Ercole Vellone, Rosaria Alvaro, Valentina Zeffiro, Michele Virgolesi, Gianluca Pucciarelli, “Associations between dyadic spirituality, caregiver burden, disability, and health-related quality of life in stroke survivor–caregiver dyads: a dyadic structural equation modelling study”, European Journal of Cardiovascular Nursing, 2026;, zvag016, https://doi.org/10.1093/eurjcn/zvag016

Qui è possibile consultare e scaricare lo studio completo: https://academic.oup.com/eurjcn/advance-article/doi/10.1093/eurjcn/zvag016/8429884?login=false

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