“L’ultimo turno”, visto con gli occhi di un’infermiera

La recensione di Laura D’Addio che ha raccolto l’invito di Opi Fi-Pt a guardare il film di Petra Volpe

18 agosto: anteprima de “L’ultimo turno”, il film (o lungometraggio autoriale) dedicato a una professione o a una infermiera di Petra Volpe. Decido che non posso lasciarlo perdere, e come molti altri infermieri vado a vederlo. Mi accorgo subito che ce ne sono molti, di infermieri, in sala: perché ci riconosciamo, perché si formano capannelli per raccontarsi come va e perché siamo qui stasera, per dirci che non si smette mai di essere infermieri anche se non si lavora più. Ma ci sono anche ‘laici’, ovvero persone che nelle sere di estate preferiscono un (buon) film alla insofferenza per il caldo del momento.

Un film girato in piano-sequenza che permette di calarsi nel vissuto del protagonista

“L’ultimo turno”, si comprende subito, è girato in piano-sequenza. Si tratta di una tecnica cinematografica che consiste nel girare un’intera scena con un’unica inquadratura, senza stacchi di montaggio. In pratica non ci sono tagli o interruzioni durante la ripresa, seguendo l’azione in modo continuo e reale, così come si realizza. Questo offre un’esperienza narrativa particolare, e sicuramente facilita nello spettatore la personalizzazione, il confronto o il confondersi con l’attore che ne è il protagonista. Ed è proprio così, perché dopo il primo tempo, all’accendersi delle luci, l’ansia e lo stress si notano in tutti gli spettatori, che già durante il film hai sentito sussurrare al vicino un ‘non è possibile …’, increduli che una sola infermiera possa reggere tutto quello che vediamo.

“L’ultimo turno” è la cronaca di un turno di lavoro, che coglie la prospettiva di Floria

Ma lo fa, e senza scordarsi mai di essere un’infermiera. È sicuro che i commenti coglieranno Floria (il nome della protagonista de “L’ultimo turno”) in modo positivo e negativo: c’è chi dirà tra di noi che in alcune occasioni in cui è stata zitta doveva in realtà rispondere, c’è chi sosterrà che di fronte alla disperazione di un paziente non si può solo tenergli la mano, o che è a volte necessario rimettere a posto le priorità delle cose. Ma in realtà il film vuole mostrare, a mio avviso (e attenzione: mostrare e non presentare con una prospettiva particolare, con commenti e giudizi), il lavoro di una di noi.

Di fatto assisti alla cronaca di un turno di lavoro (quello del pomeriggio, anche se alcune recensioni dicono diversamente) dal suo inizio alla fine, dall’ingresso nello spogliatoio all’uscita, con un autobus che porta e riporta Floria a lavoro. In questo lasso di tempo, lo spettatore fa il giro dei pazienti assieme a lei, facendo proprio i conti assieme a Floria con le pressanti richieste di ciascuno di questi, e anche dei familiari e dei pazienti che non riesce a seguire. I medici sono solo di sfondo, di personale per l’assistenza di base non se ne vede, ma volutamente, a mio avviso, il film vuole narrare la prospettiva di un’infermiera per certi versi sola con gli ostacoli non risolti da chi di dovere, non la situazione in cui lavorano gli infermieri di un Paese o di un altro.

“Anche l’eventuale giudizio resta sospeso: nessuno avrebbe potuto farcela nelle stesse circostanze”

Non mancano, in questa cronaca, i momenti tragici: le richieste dei pazienti disattese da Floria, eventi luttuosi, errori di somministrazione, familiari lasciati senza risposte e conforto. Lo spettatore sa che Floria vorrebbe fare di più, o non vorrebbe sbagliare, o vorrebbe esserci per tutti: ma semplicemente non ce la fa, è umanamente impossibile, e quindi anche l’eventuale giudizio che partirebbe spontaneo in queste occasioni, resta di fatto lì sospeso, perché sappiamo che nessuno avrebbe potuto farcela nelle stesse circostanze.

“L’ultimo turno” porta sul grande schermo la straordinarietà  dell’operato di ogni infermiere

Lo straordinario nella quotidianità dell’infermieristica, dice Draoli (Consigliere nazionale Fnopi), nella sua recensione del film. Sì, al termine del film “L’ultimo turno” (e dell’applauso che sappiamo in molte sale lo ha salutato) è questo che si riesce a cogliere: quanto sia straordinario, nel senso proprio di fuori dall’ordinario, quello che ogni infermiere deve realizzare, in un gioco di maestria tra richieste, prestazioni improprie (anche qui ce ne sono, e molte …), supplenza di altre figure, spazi non possibili.

“Senza infermieri, e questo film lo dimostra (se mai ce ne fosse stato bisogno), non c’è futuro”

Il consiglio è di andare a vederlo: per noi infermieri sarà un momento per ritrovarsi (o anche non) così come ci racconta la regista, dato che i film sugli infermieri e sulla loro condizione sono così rari; per le persone comuni sarà la possibilità di avere contezza di chi sono gli infermieri, cosa devono sopportare oggi, cosa è l’infermieristica.

E fosse anche solo per quest’ultimo aspetto non sarebbe tempo perso, perché siamo una specie in via di estinzione e il mondo tutto sembra non accorgersene: il vero impatto di questo film è proprio nelle ultime inquadrature, dove la regista sceglie di indicare che nell’arco di pochi anni non avremo più infermieri e che il tempo di permanenza nella professione si sta facendo sempre più breve. Questo non è solo un problema di servizi, ministeri, contratti, ma un fenomeno che interessa tutta la collettività, perché senza infermieri, e questo film lo dimostra (se mai ce ne fosse stato bisogno), non c’è futuro.

Laura D’Addio, presidente Cai Opi Fi-Pt

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