Sanità pubblica al capolinea, Gimbe: serve un patto politico e sociale

I dati del 6° Rapporto: “compromesso il diritto alla tutela della salute”

«Se la Costituzione tutela il diritto alla salute di tutti, la sanità deve essere per tutti». È all’Articolo 32 della Costituzione che Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha fatto appello presentando il 6° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) che lascia pochi dubbi sulle conclusioni tratte in merito allo stato di salute della sanità pubblica. Che deve essere riorganizzata, stilando un patto politico e sociale, trasversale alle ideologie politiche. Il presidente ha riportato una sintesi di dati, analisi, criticità e proposte contenuti nel Rapporto: dal finanziamento pubblico alla spesa sanitaria, dai Livelli essenziali di assistenza alle diseguaglianze regionali, dal personale alla Missione Salute del Pnrr, fino al Piano di Rilancio del Ssn.

«I princìpi fondanti del Ssn, universalità, uguaglianza, equità sono stati traditi – ha detto Cartabellotta –. Oggi sono ben altre le parole chiave che definiscono un Ssn ormai al capolinea e condizionano la vita quotidiana delle persone, in particolare delle fasce socio-economiche meno abbienti». Tra questi, i lunghi tempi di attesa, l’affollamento dei pronto soccorso, le diseguaglianze regionali e locali che costringono alla migrazione sanitaria, l’aumento della spesa privata che conduce all’impoverimento delle famiglie e alla rinuncia alle cure. Un indebolimento, secondo Cartabellotta, che dura da oltre 15 anni, che sta conducendo da un «Servizio Sanitario Nazionale fondato sulla tutela di un diritto costituzionale a 21 sistemi sanitari regionali regolati dalle leggi del libero mercato. Con una frattura strutturale Nord-Sud che sta per essere normativamente legittimata dall’autonomia differenziata».

L’appello: ora un patto sociale e politico capace di rilanciare il modello di sanità pubblica

Da qui l’appello a un patto sociale e politico capace di rilanciare il modello di sanità pubblica, equa e universalistica. «È giunto il tempo delle scelte: o si avvia una stagione di coraggiose riforme e investimenti in grado di restituire al Ssn la sua missione originale, oppure si ammetta apertamente che il nostro Paese non può più permettersi quel modello di Ssn. In questo (non auspicabile) caso la politica non può sottrarsi dal gravoso compito di governare un rigoroso processo di privatizzazione, che ormai da anni si sta insinuando in maniera strisciante approfittando dell’indebolimento della sanità pubblica. La Fondazione Gimbe, con il Piano di Rilancio del Ssn, conferma che la bussola deve rimanere sempre e comunque l’articolo 32 della Costituzione».

I dati relativi al Fsn: in 13 anni è aumentato di oltre 20 miliardi

Dal 2010 al 2023, il fabbisogno sanitario nazionale (Fsn) è aumentato complessivamente di 23,3 miliardi di euro, in media € 1,94 miliardi per anno. I trend sono però molti diversi tra il periodo pre-pandemico (2010-2019), pandemico (2020-2022) e post-pandemico (2023), su cui «è opportuno rifare chiarezza – ha chiosato Cartabellotta – per documentare che tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni hanno tagliato e/o non investito adeguatamente in sanità».

Per tracciare il quadro sul presente e il futuro prossimo, lo studio specifica che la Legge di Bilancio 2023 ha incrementato il Fsn per gli anni 2023, 2024 e 2025, rispettivamente di 2.150 milioni, 2.300 milioni e 2.600 milioni di euro. Nel 2023, 1.400 milioni sono stati destinati alla copertura dei maggiori costi energetici. Dal punto di vista previsionale, nella Nota di Aggiornamento del Def 2023, approvata lo scorso 27 settembre, il rapporto spesa sanitaria/Pil precipita dal 6,6% del 2023 al 6,2% nel 2024 e nel 2025, e poi ancora al 6,1% nel 2026. In termini assoluti, nel triennio 2024-2026 si stima un incremento della spesa sanitaria di soli 4.238 milioni (+1,1%).

Spesa pubblica: per il 2022 un gap di quasi 48,8 miliardi di euro con i Paesi europei

La spesa sanitaria totale (sistema Istat-Sha) per il 2022 è pari a 171.867 milioni di cui € 130.364 di spesa pubblica (75,9%), 36.835 milioni out-of-pocket (21,4%), ovvero a carico delle famiglie e 4.668 milioni di spesa intermediata da fondi sanitari e assicurazioni (2,7%). La spesa sanitaria pubblica del nostro Paese nel 2022 si attesta al 6,8% del Pil, sotto di 0,3 punti percentuali sia rispetto alla media Ocse (7,1%) che alla media europea (7,1%). Il gap con la media dei paesi europei dell’area Ocse è di 873 dollari pro-capite (pari a 829 euro). Tenendo conto di una popolazione residente Istat al 1° gennaio 2023 di oltre 58,8 milioni di abitanti, per l’anno 2022 corrisponde ad un gap di quasi 51,4 miliardi di dollari, pari a 48,8 miliardi di euro.

Lea: in tema di sanità pubblica esiste una vera e propria “frattura strutturale” tra Nord e Sud

Lo Studio afferma che l’obiettivo dichiarato di “continuo aggiornamento dei Lea, con proposta di esclusione di prestazioni, servizi o attività divenuti obsoleti e di inclusione di prestazioni innovative ed efficaci, al fine di mantenere allineati i Lea all’evoluzione delle conoscenze scientifiche” non è mai stato raggiunto. Il ritardo di oltre 6 anni e mezzo nell’approvazione del Decreto Tariffe ha reso impossibile sia ratificare i 29 aggiornamenti proposti dalla Commissione Lea, sia l’esigibilità delle prestazioni di specialistica ambulatoriale e di protesica inserite nei “nuovi Lea”.

La sezione sul monitoraggio dei Lea conferma una vera e propria “frattura strutturale” tra Nord e Sud. Negli adempimenti cumulativi 2010-2019 nessuna Regione meridionale si posiziona tra le prime 10. Nel 2020 l’unica Regione del Sud tra le 11 adempienti è la Puglia; nel 2021 delle 14 adempienti solo 3 sono del Sud: Abruzzo, Puglia e Basilicata. Sia nel 2020 che nel 2021 le Regioni meridionali sono ultime tra quelle adempienti. Il focus sulla mobilità sanitaria documenta che i flussi economici scorrono prevalentemente da Sud a Nord.

Personale dipendente: Italia sotto la media Ocse per numero di infermieri, 6,2 vs 9,9 per 1.000 abitanti

I benchmark internazionali relativi a medici e infermieri collocano il nostro Paese poco sopra la media Ocse per i medici e molto al di sotto per il personale infermieristico. Restituendo di conseguenza un rapporto infermieri/medici tra i più bassi d’Europa: l’Italia si colloca molto al di sotto della media Ocse (1,5 vs 2,7) per rapporto infermieri/medici, in Europa davanti solo a Spagna (1,4) e Lettonia (1,2).

Nel 2021 sono 124.506 i medici che lavorano nelle strutture sanitarie: 102.491 dipendenti del Ssn e 22.015 dipendenti delle strutture equiparate al Ssn. La media nazionale è di 2,11 medici per 1.000 abitanti, con un range che varia dagli 1,84 di Campania e Veneto a 2,56 della Toscana con un gap del 39,1%. L’Italia si colloca sopra la media Ocse (4,1 vs 3,7 medici per 1.000 abitanti), ma con un gap un rilevante tra i medici attivi e quelli in quota al Ssn.

Per quanto riguarda gli infermieri, nel 2021 sono 298.597 gli infermieri che lavorano nelle strutture sanitarie: 264.768 dipendenti del Ssn e 33.829 dipendenti delle strutture equiparate al SSN. La media nazionale è di 5,06 per 1.000 abitanti, con un range che varia dai 3,59 della Campania ai 6,72 del Friuli Venezia Giulia con un gap dell’87,2%. L’Italia si colloca ben al di sotto della media Ocse (6,2 vs 9,9 per 1.000 abitanti).

Pnrr e sanità pubblica, tra criticità e opportunità. La necessità di rivalutare il fabbisogno di infermieri

«Se è certo che la Missione Salute del Pnrr rappresenta una grande opportunità per potenziare il Ssn – ha detto Cartabellotta – la sua attuazione deve essere sostenuta da azioni politiche». In particolare, mettendo in campo riforme di sistema, per ridisegnare ruolo e responsabilità dei medici di famiglia e facilitare l’integrazione con l’infermiere di famiglia. E poi, investimenti certi e vincolati per il personale sanitario dal 2027, oltre che un’adeguata rivalutazione del fabbisogno di personale infermieristico. Infine, una rigorosa governance delle Regioni per colmare i gap esistenti. «Ma soprattutto la politica, oltre a credere nell’impianto della Missione Salute – ha concluso Cartabellotta -, deve inserirlo in un quadro di rafforzamento complessivo del Ssn: altrimenti indebiteremo le generazioni future per finanziare solo un costoso “lifting” del Ssn ».

Secondo il Rapporto, le criticità di implementazionesono in larga parte relative alla riorganizzazione prevista dal DM 77/2022: dalle differenze regionali al fabbisogno di personale per il potenziamento dell’assistenza territoriale. Ma anche le modalità di coinvolgimento di medici e pediatri di famiglia e la carenza di personale infermieristico. Fino agli ostacoli all’attuazione della telemedicina al carico amministrativo di Regioni e Aziende sanitarie.

Gimbe propone 14 punti per salvare la sanità pubblica, tra cui emerge quello relativo al rilancio delle politiche sul capitale umano in sanità: investire sul personale sanitario, programmare adeguatamente il fabbisogno di medici, specialisti e altri professionisti sanitari, riformare i processi di formazione e valutazione delle competenze, al fine di valorizzare e motivare la colonna portante del SSN. Tra le altre mosse, rafforzare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, al fine di ridurre le disuguaglianze e garantire l’uniforme esigibilità dei LEA in tutto il territorio nazionale. Ma anche ridurre sprechi ed inefficienze, disciplinare l’integrazione pubblico-privato, promuovere la ricerca clinica indipendente, promuovere competenze digitali nella popolazione e nei professionisti della sanità.

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