Esternalizzazione dei servizi sanitari: il punto di Monia Monni

Nell’intervista all’assessora regionale al Diritto alla Salute, il ‘modello Toscana’ in tema di esternalizzazione dei servizi sanitari e i nodi della professione infermieristica

Nelle ultime settimane il dibattito sulla esternalizzazione dei servizi sanitari è tornato al centro dell’attenzione pubblica a causa della grave crisi vissuta dall’ospedale San Raffaele di Milano. Parte da qui la nostra intervista a Monia Monni, assessora regionale al Diritto alla Salute della Regione Toscana.

Il caso ha messo in evidenza le criticità legate al ricorso massiccio all’esternalizzazione dei servizi sanitari, aprendo al confronto tra i diversi modelli organizzativi regionali. Un ambito in cui il modello toscano, pur affrontando anch’esso sfide organizzative, punta sul personale dipendente e sulla continuità assistenziale.  

Al centro, una questione sempre più urgente per il Servizio sanitario nazionale: la grave carenza di infermieri. La crisi della professione infermieristica, con numeri insufficienti di personale e difficoltà nell’attrarre nuove leve, si traduce in difficoltà operative, turni massacranti e, in alcuni casi, ricorso a contratti atipici.

In tema di copertura infermieristica, qual è oggi la situazione in Toscana?

La Toscana regge meglio di molte altre realtà, ma sarebbe sbagliato raccontare una situazione priva di criticità. La carenza di infermieri è un dato strutturale, nazionale ed europeo, e riguarda non solo i numeri ma anche le condizioni di lavoro. Noi abbiamo tenuto grazie a scelte precise fatte negli anni: una sanità pubblica forte, una programmazione seria e una riforma importante come l’accorpamento delle ASL, che ha consentito maggiore integrazione, uniformità organizzativa e capacità di governo del sistema.

Questo ci ha permesso di non lasciare soli i territori e di valorizzare il lavoro di squadra tra professionisti. Ma la pressione è alta e non lo nascondiamo: questa tenuta non può essere data per acquisita senza interventi mirati sulle dotazioni organiche, sull’organizzazione del lavoro e sul benessere professionale. Voglio ricordare che la Legge regionale n. 84 del 28 dicembre 2015, che ha riorganizzato la sanità toscana, ha previsto anche l’istituzione dei Dipartimenti delle Professioni Infermieristiche e Ostetriche nelle ASL, proprio per garantire maggiore uniformità organizzativa e valorizzazione delle competenze.

Perché la Toscana ha scelto di non avvalersi dell’esternalizzazione dell’assistenza infermieristica?

Perché per noi la salute non è una merce e chi cura non è un costo da comprimere. L’assistenza infermieristica è parte essenziale del servizio sanitario pubblico e del rapporto di fiducia con i cittadini. Esternalizzare significa frammentare, precarizzare e, spesso, abbassare la qualità delle cure.

Le esternalizzazioni, soprattutto quando diventano una soluzione strutturale e non emergenziale, comportano rischi concreti: discontinuità assistenziale, indebolimento delle competenze interne, frammentazione organizzativa. Noi abbiamo fatto una scelta chiara: investire sul pubblico, sul personale dipendente, sulla continuità assistenziale e sulla qualità del lavoro. È una scelta che richiede uno sforzo costante di programmazione e sostenibilità economica, ma è l’unica coerente con l’idea di sanità che difendiamo.

Dopo il rinnovo del contratto collettivo nazionale avvieremo un confronto con le rappresentanze sindacali per darne piena attuazione.

In questo quadro è centrale la valorizzazione della figura dell’infermiere. Dopo il rinnovo del contratto collettivo nazionale avvieremo un confronto con le rappresentanze sindacali per darne piena attuazione, migliorare le condizioni di lavoro e riconoscere competenze e responsabilità, a partire dall’organizzazione dei servizi e dalla riduzione delle mansioni improprie. È una scelta politica precisa, non neutra.

Quanto accaduto al San Raffaele evidenzia i rischi dell’ esternalizzazione dei servizi sanitari: cosa ne pensa?

Quella vicenda dimostra esattamente ciò che diciamo da tempo. Quando la sanità viene piegata alle logiche di mercato, il rischio è che il risparmio economico prevalga sulla sicurezza, sulla qualità delle cure e sulla dignità del lavoro. Non è una battaglia ideologica, ma una constatazione basata sugli effetti concreti che certi modelli producono.

L’esternalizzazione genera discontinuità, turnover e perdita di competenze, soprattutto nei contesti ad alta complessità assistenziale. La sanità deve rispondere a un interesse collettivo, non a un bilancio aziendale: il governo pubblico del sistema resta la principale garanzia di questo equilibrio.

In Toscana quali sono oggi le situazioni più critiche o che richiedono maggiore attenzione?

Le criticità maggiori riguardano i pronto soccorso, i servizi territoriali, le aree interne e l’assistenza agli anziani e ai pazienti cronici. L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle fragilità richiedono più personale, più competenze e una forte integrazione tra ospedale e territorio.

Per questo stiamo investendo sulla sanità territoriale, sulle Case della Comunità e sull’assistenza domiciliare, con la consapevolezza che i nuovi modelli organizzativi devono essere accompagnati da adeguate risorse economiche e professionali e da un ripensamento dei carichi di lavoro. L’infermiere, nella gestione della cronicità, ha un ruolo centrale: insieme al medico di medicina generale è punto di riferimento per il paziente e la famiglia, coordina le cure, fornisce educazione terapeutica e supporto emotivo, favorendo autonomia e autogestione.

Dove si può migliorare ancora?

Si può e si deve migliorare sull’organizzazione del lavoro e sulla valorizzazione delle competenze. Troppo spesso gli infermieri sono caricati di mansioni improprie e questo è inaccettabile. Migliorare significa ascoltare chi lavora nei servizi, ridurre i carichi inutili, rafforzare il lavoro di équipe e garantire stabilità. La qualità della sanità passa anche da qui: non solo dagli investimenti infrastrutturali, ma dalla qualità dell’organizzazione quotidiana del lavoro.

I numeri dicono che oggi, e sempre più in futuro, mancheranno infermieri. Cosa si può fare per rendere di nuovo attrattiva la professione e tutelare i cittadini?

Qui serve chiarezza: non esistono scorciatoie. Se vogliamo più infermieri dobbiamo smettere di considerarli un costo e iniziare a trattarli per quello che sono, una colonna portante del servizio sanitario pubblico. Servono salari adeguati, percorsi di carriera reali, riconoscimento professionale e condizioni di lavoro dignitose. Serve investire nella formazione, sostenere i giovani e fermare la fuga verso altri settori o verso l’estero, agendo sia a livello nazionale sia sulle leve organizzative e gestionali regionali.

Servono salari adeguati, percorsi di carriera reali, riconoscimento professionale e condizioni di lavoro dignitose.

Tutto questo, però, richiede risorse e una scelta politica chiara. I continui tagli e il sottofinanziamento del Servizio sanitario nazionale da parte del Governo rendono questo percorso più difficile e più sfidante, soprattutto per Regioni come la Toscana, che hanno scelto di difendere una sanità pubblica, universale e non piegata alle logiche di mercato.

Riconoscere le competenze, come ha fatto la Regione Toscana nel 2018 istituendo l’infermiere di famiglia e di comunità, è fondamentale per sviluppare un modello assistenziale orientato alla persona, alla famiglia e al contesto di vita. Questa figura è diventata un riferimento per la riforma dell’assistenza territoriale, ma oggi serve anche una vera valorizzazione professionale. Lo stesso principio vale per molti servizi indispensabili al nostro sistema sanitario regionale.

Nonostante questo quadro, il nostro impegno resta fermo: continueremo a valorizzare la figura dell’infermiere come Regione Toscana e come datore di lavoro pubblico, e lo faremo nel confronto con le rappresentanze dei lavoratori. Perché il lavoro di cura deve essere rispettato e riconosciuto. Quando una lavoratrice o un lavoratore si sente valorizzato lavora meglio, e quando chi cura può lavorare bene, ne beneficiano i pazienti, le comunità e l’intero servizio sanitario pubblico.

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