Intervista a Pio Lattarulo, dirigente delle professioni sanitarie alla Asl di Taranto ed esperto di etica e gestione che nei giorni scorsi ha tenuto il corso
Filosofia e infermieristica a confronto. Perché? Perché l’impatto che l’attività lavorativa, in questo caso quella di infermiere e infermieri, ha sull’esistenza di ognuno non può essere scissa dalla ricerca che ogni individuo porta avanti: la ricerca di un fine. Questo il focus dell’evento formativo “So di non sapere: sulla collaborazione, la leadership, la felicità, il lavoro in team” che si è tenuto nei giorni scorsi all’ospedale San Jacopo di Pistoia. A condurlo, Pio Lattarulo, dirigente delle professioni sanitarie alla Asl di Taranto ed esperto di etica e gestione che abbiamo intervistato a margine dell’evento. Un corso che ha evidenziato l’importanza d’indagare come l’approccio filosofico, in particolare quello socratico/aristotelico, può sostenere l’agire infermieristico.
Ci racconta quali sono i temi che affronta il suo corso?
«Il corso è dedicato alla filosofia della gestione, perché se partiamo dal presupposto che l’unica cosa che sappiamo è di ‘non sapere’, possiamo costruire, affidandoci ai fondamenti del pensiero socratico-aristotelico, le fondamenta per sostenere un’organizzazione. Il programma, attraversando i principi filosofici gestionali, giunge a esplorare i concetti di leadership, anche attraverso qualche esemplificazione storica come la falange macedone e la sua arma principale, la sarissa». Un’arma inservibile per la lotta individuale ma letale se usata in gruppo.
La lezione si intitola “So di non sapere”: quale valore ha la massima socratica nell’ambito della professione infermieristica?
«La professione infermieristica oggi si nutre di quelli che Diane Doran definisce nursing patience sensitive outcomes, ovvero gli esisti sensibili correlati all’assistenza; la possibilità di dimostrare quello che facciamo. Ma quanto è possibile dimostrarlo? Soprattutto in aree grigie come quella della salute mentale in cui non esistono evidenze. Se pensi di sapere tutto sei perdente in partenza, un po’ come dice Ignazio Marino all’inizio del suo libro “Paura di chi non ha paura”».
E invece sapendo di non sapere…
«Chi non mantiene una sana curiosità, nel voler sapere credendo di sapere, si perde in ossimori e non chiarisce il senso di sé. Per chiarire l’essenza, e quindi l’identità, è necessario partire dalla curiosità. Noi non vediamo malattie ma persone: la malattia è una frattura nella biografia di una persona la quale avrà sempre una storia differente da quella nel letto a fianco, anche se in una condizione patologica analoga. Ognuno di noi ricovera un paziente dentro di sé: abbiamo avuto a che fare con migliaia di persone ma le storie di alcuni sono scritte indelebilmente sulla nostra pelle».
Qual è il nesso fra il proprio lavoro e la ricerca di quello che i greci antichi chiamavano telos?
«Il nesso è semplice: Aristotele parte dal concetto di eudaimonia, ovvero dal cercare il proprio daimon, il ‘demone’ interiore: il motivo che ci anima, che ci spinge a voler aiutare, a essere una persona che assiste, ovvero verso il telos, la finalità, dell’infermieristica. Questo è possibile se abbiamo chiaro in testa dove va questa professione, cioè essere accanto a chi soffre ma non solo, perché oggi figure come l’infermiere di famiglia e scolastico offrono la grande opportunità di poter prevenire e progettare. Quindi io ho inseguito il mio ‘demone’ quando ho raggiunto la finalità e attraverso la mia storia ho contribuito a scrivere la Storia dell’assistenza infermieristica, che si concretizza nell’essere accanto».
Come può l’approccio filosofico sostenere il consolidamento della leadership e la costruzione del lavoro in team?
«Se oggi Aristotele fosse fra noi e ci trovasse a parlare di caos, malattia, morte e destino probabilmente osserverebbe che nonostante siano passati 3000 anni nulla è cambiato. La filosofia è un sapere praticamente pratico, diceva Aristotele: ne è la riprova che oggi le grandi compagnie informatiche, soprattutto quelle che lavorano sull’intelligenza artificiale, assumono filosofi nel tentativo di dare un senso a quello che stanno facendo. Quindi il sostegno arriva nel momento in cui facciamo esplodere virtù etiche e dianoetiche, soprattutto nelle figure deputate a tessere le fila di un’organizzazione, capace di guidare verso esercizi di leadership e insegnare come costruire un team. Ce lo dimostrano Alessandro Magno e la sua sarissa: uno strumento che non era appannaggio di una sola persona ma aveva bisogno di un gruppo per funzionare».









