Intervista a Sandro Spinsanti, autore di “Un’altra pratica della cura” che offre spunti per arricchire la riflessione critica professionale di infermiere e infermieri
di Lisa Ciardi – Nella nuova pubblicazione di Sandro Spinsanti “Un’altra pratica della cura” (2026) abbiamo trovato spunti e considerazioni che possono arricchire la riflessione critica professionale di infermiere e infermieri. Questo libro ha colto la nostra attenzione poiché offre la possibilità di rivedere alcuni comportamenti e atteggiamenti dei professionisti sanitari, alla luce di un scelta che riecheggia in molte parti del libro: “decidere che tipo professionista della salute essere” (p. 43). Per decidere occorre consapevolezza di sé e di ciò che ci circonda, occorre gettare ponti tra le sponde, come afferma il sottotitolo del volume: per questo abbiamo deciso di intervistare l’autore, con l’intento di farci raccontare da lui stesso gli aspetti di particolare interesse infermieristico.
Siamo curiosi di sapere di più di questo ponte che lei evoca fin dalla copertina di “Un’altra pratica della cura”: con questa metafora a cosa vuol rimandare il lettore?
«Quella del ponte rischia di essere un’immagine fin troppo abusata (quanti si autoproclamano costruttori di ponti, portatori di pace…). Ma nel contesto della cura l’immagine è innovativa e ha una sua valenza specifica.
Il ponte della cura è pensato per evocare un rapporto strutturalmente diverso tra chi le cure le eroga e chi le riceve. Sono due sponde simmetriche, ma contrapposte, che hanno bisogno di essere unite. Tutt’altra immagine, invece, emerge quando pensiamo alla cura come veniva tradizionalmente praticata. Colui che la riceve – il malato – non è contrapposto, ma sottoposto al curante. Non ha potere; spesso in passato non gli veniva neppure riconosciuta la parola (la medicina come “muta ars”…). Il modello ideale della relazione di cura era il paternalismo; certo, benevolo, ma pur sempre un rapporto sbilanciato.
Immaginare due sponde, diverse rispetto alle potenzialità di cura, dei bisogni e dei ruoli rispettivi, è dirompente. Ci trasporta nell’ambito della modernità: quella che il filosofo Kant definiva, con una formula tagliente, come “l’uscita da una minorità non dovuta”. Essere considerati non “minorenni”, ma persone, dotati di autodeterminazione, in tutto il percorso della cura, è l’aspirazione più ambiziosa di chi non si riconosce più in rapporti paternalistici».
Nel libro si insiste molto sull’intreccio dei fili della cura. Siamo autorizzati a vedervi una critica a una concezione dei rapporti di cura in cui una modalità – ad esempio quella professionale – ignora le altre? E ancor più, una rimessa in discussione di un’organizzazione centrata sulle prestazioni?
«Possiamo parlare di fili della cura che si intrecciano solo se siamo consapevoli che abbiamo bisogno di tre diverse modalità di cura:
- quelle che nascono dall’appartenenza a una rete di rapporti familiari o di affinità elettive
- le cure che ci integrano in una comunità, dove ci si prende cura gli uni degli altri
- le cure praticate dai professionisti, quelle alle quali ci riferiamo come cure che nascono dalla buona medicina.
Se ognuna di queste tre realtà viene lasciata sola, la struttura fallisce o viene a costituire un peso insopportabile. Pensiamo, per concretezza, ai caregiver schiacciati dall’accudimento di familiari fragili o non autosufficienti, quando viene a mancare la solidarietà sociale e i servizi sanitari latitano.
Se poi ci concentriamo sulla cura fornita dai professionisti, un ulteriore impoverimento è costituito dal frazionamento delle cure stesse: ognuno si occupa di un frammento di sua competenza, ignorando i bisogni globali della persona, il suo progetto che si traduce in un percorso di cura. Anche i trattamenti più convalidati dal punto di vista scientifico, quelli che si traducono in linee guida e protocolli, possono condurre lontano dal terreno vero e proprio della cura, quando non sono modellati – in maniera che potremmo chiamare “sartoriale” – sulla persona stessa, sui suoi valori e sulle sue aspirazioni.
L’espressione più problematica di questo impoverimento della cura è il ridurla a prestazioni: dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) ai LEP (dove le prestazioni prendono il posto dell’assistenza). “E non ci indurre in prestazioni”, intitolava un articolo polemico quando è cominciato a delinearsi questo decadimento dell’assistenza. In questo ambito rischiano di essere confinati i “gettonisti”: medici, infermieri e altri professionisti che si limitano a fornire prestazioni gravitano non intorno alla cura nel suo significato più nobile ed esigente, ma a una sua concezione impoverita».
“Medici non si nasce, si diventa”: la frase, tratta da una serie televisiva, si applica a tutti i professionisti della cura. Anche infermieri non si nasce: si diventa. Che cosa comporta questo apprendimento? È costituito solo da conoscenze teoriche e competenze pratiche, o implica qualcosa di più complesso, che possiamo sintetizzare nel termine “postura”?
«L’episodio della serie televisiva Ippocrate. Specializzandi in corsia è riportato nel libro. La severa frase è attribuita a un medico che deve formare gli specializzandi ed è rivolta a una giovane dottoressa criticata per un comportamento non corretto dal punto di vista deontologico. Possiamo adottarla come un programma che riguarda tutti i professionisti della cura: per diventarlo devono sottoporsi a un progetto formativo.
Siamo in genere sensibili agli aspetti nozionistici che costituiscono il percorso formativo per l’accesso alle professioni: bisogna affrontare selezioni, studi, esami, diplomi. La professionalità richiede un saper e un saper fare. Ma questa è solo una parte del percorso: è anche necessario un saper essere. Più o meno consapevolmente, si assumono anche atteggiamenti nei quali confluiscono la spinta motivazionale, i valori etici nei quali ci si identifica, il tipo di rapporti che si intende stabilire con le persone in cura. In breve, si decide non solo di essere medico, infermiere, fisioterapista ecc., ma anche che tipo di medico, infermiere, fisioterapista o altro.
Possiamo dare a questa struttura globale il nome di “postura”. Anche senza attribuire delle qualifiche specifiche alle posture – nel libro ho cercato di descriverne alcune – tutti sappiamo riconoscerle. È bene acquisire consapevolezza della propria postura e modificarla, se non corrisponde a quel modello di cura al quale tendiamo: a “un’altra pratica della cura”, appunto, che si discosta da quella degradata che non vorremmo né ricevere come malati, né praticare come professionisti».
Un’altra metafora per descrivere ciò che un professionista della cura deve apprendere è di assumere “la giusta distanza”. Quali sono le componenti psicologiche ed etiche della giusta distanza professionale nella cura?
«Diventare curanti in senso professionale – a differenza della cura che nasce dalla pietas familiare – comporta anche assumere la giusta distanza. L’espressione è mutuata dal libro di G. Protti: La giusta distanza dal male (2025). L’autrice ha lavorato molti anni come medico in un Pronto Soccorso e condivide con il lettore il proprio vissuto. Descrive con precisione la quantità di casi clinici che si affollano in quelle stanze, sintetizzandola come “una valanga di odio, morte, dolore, rabbia, maleducazione, aggressività”. Il professionista che vi lavora deve imparare ad assumere “la giusta distanza dal male”, ovvero da quella lava incandescente di dolore che erutta dalle gravi patologie.
Non è vero solo per chi lavora in Pronto Soccorso: tutto il lavoro di cura che si svolge nell’ambito clinico richiede al professionista di trovare la giusta distanza. Potremmo dire: né troppo lontano – barricandosi dietro l’indifferenza -, né troppo vicino – identificandosi con il malato e i suoi drammi -. L’esortazione ad approcciarsi con empatia è spesso una formula generica, che richiede di essere tradotta in comportamenti specifici.
Questi riguardano tutti e tre i canali attraverso i quali passa la cura: la mente il cuore e le mani. La mente, ovvero la comprensione della patologia che investe il malato e il suo percorso curativo, è troppo lontana se si affida solo alle scienze naturali; ha bisogno di essere nutrita anche di Medical Humanities. Il cuore ha a che fare con la distanza emotiva. L’appello all’umanizzazione delle cure risuona spesso in questo contesto. Non si deve però tradurre in sentimentalismi o in un coinvolgimento che paralizzerebbe la professionalità. Le mani ci ricordano che, se le risorse tecnologiche sono importanti, la cura ha però una via privilegiata: i cinque sensi del curante.
Il felice incontro e la simbiosi tra mente, cuore e mani ci appare più che mai come il segreto della buona cura: di quella cura così come la desideriamo; così come siamo chiamati, qualunque sia il nostro ruolo nel rapporto di cura, a renderla reale».









