L’infermiere dirigente delle Professioni sanitarie della Asl Taranto afferma: «La relazione nella cura salverà la professione infermieristica dall’avanzare delle intelligenze artificiali»
«Porre la cura come relazione, e non più la relazione come cura, è molto interessante. Soprattutto se pensiamo che ogni azione di cura porti con sé il germe della relazione». A dirlo è Pio Lattarulo, infermiere dirigente delle Professioni sanitarie della Asl Taranto. Nei giorni scorsi al Meyer Health Campus di Firenze ha tenuto l’evento formativo dal titolo “Chi decide in medicina?”. L’iniziativa è stata organizzata dall’Ordine delle Professioni infermieristiche di Firenze e Pistoia. È partita da un obiettivo specifico, ovvero che l’agire dell’assistenza tocca necessariamente questioni etiche.

«Oggi bisogna porre la persona nella condizione di avere un ventaglio di opportunità»
«Un tempo le decisioni venivano prese con l’etica del paternalismo, cioè dal medico, che sapeva quale fosse il bene del malato – afferma Lattarulo -. Oggi bisogna porre la persona nella condizione di avere un ventaglio di opportunità per scegliere. In questo senso sono orientate anche le sei versioni dei codici deontologici che la professione infermieristica si è data, dal 1960 al 2025. Nel ’99 c’è stata una grande svolta. per la prima volta l’infermieristica si è avvicinata al paziente considerandolo come persona più che come malato. Arriviamo quindi a oggi, con un nuovo accento posto su ciò che secondo me salverà la professione, anche rispetto all’avanzare delle intelligenze artificiali: la relazione».
Le cose si complicano nelle situazioni limite. «La Toscana è l’unica regione coraggiosa che ha portato avanti la legge sul suicidio medicalmente assistito, nonostante le numerose polemiche – prosegue Pio Lattarulo -. In materia di fine vita, bisogna avere chiara la legge 219/17. Secondo questa un malato può scegliere il rifiuto delle terapie o la loro interruzione, previa sedazione profonda. Quindi bisogna avere contezza del limite. A riguardo, l’affermazione del bioeticista Daniel Callahan è significativa: “La dichiarazione di morte naturale appare ormai del tutto bizzarra e inadatta a comparire su un certificato di morte”. Insomma, non bisogna dover morire sempre e necessariamente attaccati a dei macchinari. Inoltre, la legge 42/99, pone tutte le professioni sanitarie sullo stesso livello. Le decisioni complicate, come quelle etiche, sono decisioni d’equipe e all’interno dell’equipe ciascuno esprime la propria opinione, in base al livello di responsabilità che ha e al ruolo che detiene all’interno. Per i casi di fine vita, mi auguro che nei prossimi anni ci sia un comitato etico molto più vicino alle persone, un po’ sul modello americano. Un comitato che non si occupi solo di sperimentazioni e che sia fatto da professionisti formati allo scopo».
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