CCNL Sanità Pubblica: ancora fermi al porto

Il punto sul CCNL Sanità Pubblica e sull’effetto domino per la dignità della professione

Un’altra firma mancata. Un altro rinvio. Un’altra occasione persa. E ancora oggi, la nave della sanità pubblica resta ancorata al porto di una trattativa che non salpa mai. Un’altra bozza, un’altra proposta di rinnovo del CCNL Sanità Pubblica lasciata cadere nel vuoto da sigle sindacali che non trovano risposte sufficienti a difesa di retribuzione, valorizzazione e tenuta della professione. E mentre le sigle attendono condizioni migliori, l’equipaggio – i professionisti della salute – continua a lavorare con silenziosa ostinazione, nella tempesta.

Ma è tempo di domandarsi: quanto può ancora reggere questa apparente resistenza? E soprattutto, che impatto ha questa mancata firma non solo sul piano economico, ma su quello strutturale della professione infermieristica? Un danno che non è solo economico: è culturale, è morale, è identitario.

CCNL Sanità Pubblica e le conseguenze del mancato rinnovo

Parlare oggi di mancato rinnovo contrattuale non è solo analizzare una partita di cifre. È denunciare l’insidiosa deriva di una categoria che continua a essere trattata con metodi marginali, come se le sue istanze fossero sempre, in fondo, negoziabili. Ma negoziabili da chi? E per quanto tempo ancora? La mancata firma non colpisce solo lo stipendio degli infermieri, ma mina la percezione di solidità della professione. Riduce il suo potere attrattivo. Scurisce l’orizzonte di chi vorrebbe, un giorno, intraprendere questa strada. Una professione che non riesce nemmeno a rinnovare in modo lineare e tempestivo il proprio CCNL Sanità Pubblica, che idea restituisce ai giovani in cerca di rotta? I dati parlano chiaro. Migliaia di infermieri ogni anno scelgono di lasciare il servizio pubblico. Alcuni migrando verso il settore privato o all’estero, altri cambiando del tutto professione. Questa emorragia di competenze è il risultato diretto di un progressivo svuotamento del valore professionale e contrattuale riconosciuto a chi è quotidianamente in prima linea nell’assistenza ai cittadini. In questo quadro, appare evidente come la distanza tra le esigenze reali degli infermieri e le priorità di parte della rappresentanza sindacale – spesso espressione di profili professionali estranei all’ambito infermieristico – abbia contribuito a un disallineamento profondo. Quello tra tavoli di trattativa e condizioni di lavoro sul campo. Siamo l’asse portante dell’assistenza, ma continuiamo a camminare in silenzio sul filo del riconoscimento.

CCNL Sanità Pubblica: un quesito costruttivo

La categoria infermieristica è ancora una volta spettatrice e vittima di giochi di forza che la sovrastano. Senza essere però mai realmente rappresentata nella sua complessità. Si rischia così di alimentare una frattura non solo tra sindacati e governo. Quella all’interno stesso della categoria. Una frattura tra chi ha smesso di credere e chi ancora aspetta. Ci si chiede se, al posto degli infermieri, altre professioni avrebbero affrontato con pari compostezza e senso di responsabilità una simile mancanza di riconoscimento. Avrebbero davvero accettato la reiterazione di trattative interrotte, di bozze respinte e attese infinite? Il quesito non vuole essere polemico né divisivo, ma costruttivo. Serve solo a ricordare che la forza della categoria passa anche dalla sua coesione. Passa dalla capacità di farsi rispettare nelle sedi giuste. Con il tono giusto, al momento giusto.

Crisi della professione infermieristica, problema europeo

Rimanendo sul problema della professione infermieristica, ma vissuto da altri paesi esteri, capiamo che il problema è (o è stato) europeo. Infermieri in protesta in tutto il continente. La crisi della nostra professione non è un fenomeno isolato all’Italia, ma una tendenza diffusa in tutta Europa. In diversi Stati, negli ultimi anni, si sono verificate mobilitazioni massicce proprio per chiedere migliori condizioni economiche e lavorative. E questo a fronte di un crescente carico assistenziale e di una carenza strutturale di personale.

L’esempio di Regno Unito, Germania e Francia

Nel Regno Unito, nel 2023, il sindacato RCN (Royal College of Nursing) ha guidato uno sciopero storico degli infermieri del NHS, il primo in oltre un secolo. L’obbiettivo è stato chiedere un aumento salariale adeguato a inflazione e valore del lavoro svolto durante e dopo la pandemia. Le proteste hanno coinvolto decine di migliaia di operatori in tutto il Paese, mettendo sotto pressione il governo. Quest’ultimo ha poi accettato parziali concessioni dopo mesi di trattative tese. In Francia, gli “Infirmiers en colère” (Infermieri arrabbiati) hanno dato vita a proteste significative tra il 2020 e il 2023. Cortei, sit-in davanti agli ospedali e lettere aperte al governo hanno denunciato la stagnazione degli stipendi e l’abbandono della professione da parte di migliaia di colleghi. Il piano “Ségur de la santé” ha portato a un aumento salariale, ma per molti è stato considerato tardivo e insufficiente rispetto all’entità della crisi. In Germania, già nel 2021, si sono susseguite manifestazioni e richieste di riforma del settore sanitario da parte di associazioni infermieristiche e sindacati, con richieste chiare. Più personale, stipendi più alti, e maggiore riconoscimento professionale. Alcuni Länder hanno iniziato a introdurre incentivi locali, ma la carenza di infermieri rimane un problema critico, alimentato anche da dimissioni volontarie. L’Italia, quindi, non è un’eccezione, ma appare in ritardo rispetto a un’urgenza che altri governi hanno almeno tentato di affrontare. Ecco perché non riusciamo a trattenere i nostri infermieri: non sono loro a non scegliere l’Italia, è l’Italia che non sceglie loro.

Il danno invisibile: l’effetto domino

Il mancato rinnovo del CCNL Sanità Pubblica non fa che esacerbare una situazione già precaria. La differenza, oggi, è che mentre altrove la protesta ha ottenuto ascolto e risultati, qui rischia di restare intrappolata tra tavoli tecnici e rappresentanze distanti, mentre il personale continua a resistere. Sempre più stanco, sempre più solo. Perché non è solo la retribuzione a subire il colpo. È l’intero sistema sanitario che inizia a perdere pezzi. Un CCNL Sanità Pubblica non rinnovato è un chiaro segnale d’insicurezza, alimenta le fughe all’estero, acuisce il disagio del personale. E prepara il terreno per future falle nel sistema assistenziale, già messo a dura prova da carenze croniche e pensionamenti senza ricambio. L’effetto domino è reale. Il ritardo nella firma di oggi è la mancanza di personale domani. E se questo domino dovesse coinvolgere anche il contratto dei medici, le ripercussioni si estenderebbero all’intero sistema sanitario. Serve una scossa. Una coscienza. Una voce collettiva. Non possiamo più permetterci atteggiamenti di quartiere, divisioni sterili o strategie attendiste. È tempo di abbandonare l’idea che la nostra identità si costruisca nella pazienza e tolleranza della disattenzione altrui. L’identità professionale si costruisce anche pretendendo rispetto. Non urlando disorganizzatamente. Occupando con competenza e dignità tutti gli spazi necessari per ottenere ciò che spetta. Non si tratta di muovere accuse personali o alimentare divisioni corporative. Si tratta di riconoscere con lucidità una criticità strutturale.

«La firma di un contratto non è un’opzione da negoziare al ribasso»

Una rappresentanza che non vive dinamiche, pressioni e responsabilità dell’assistenza diretta fatica a comprendere la reale urgenza di interventi. Quelli a sostegno della professione infermieristica. A supporto del suo riconoscimento economico e ruolo cruciale nella tenuta del sistema sanitario. Finendo così per rallentare o indebolire le risposte necessarie. Il tutto in un momento di profonda crisi. Il nostro silenzio è diventato una forma di bellezza che gli altri leggono come debolezza. Continuiamo a prenderci cura della popolazione, testa bassa e cuore aperto.

Ma quanto può reggere una categoria che resiste a tutto senza mai insorgere? Se davvero vogliamo un sistema che sia equo, sostenibile, attrattivo per le nuove generazioni e rispettoso verso le professioni che lo sostengono, dobbiamo cominciare a pensare che la firma di un contratto non sia un’opzione da negoziare al ribasso. È piuttosto un diritto fondamentale da onorare senza indugi. Il contratto nazionale è lo specchio in cui si riflette la dignità della nostra professione. Se continua a incrinarsi, rischiamo di perdere non solo il riflesso, ma anche la sostanza. E a quel punto, non potremo più parlare né di professione, né di prevenzione, né di salute. Solo di un’occasione persa. Un’altra.

Alessandro Pini

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